Enjoy Thinking e Università degli Studi di Milano Bicocca: Leading the Math Change

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Immagina di entrare in una scuola e scoprire che l’80% degli studenti, durante una lezione, non sta attivando alcun tipo di pensiero critico. E che il restante 20% lo fa solo per il 20% del tempo a disposizione.
È questa la scioccante fotografia scattata da Peter Liljedahl autore del framework Building Thinking Classrooms, durante una ricerca intensiva che lo ha visto osservare centinaia di classi. Di fronte a compiti tradizionali, la maggior parte degli alunni mette in atto strategie di sopravvivenza: c’è chi ozia, chi procrastina (andando continuamente in bagno o a bere), chi finge meticolosamente di lavorare e, soprattutto, chi fa mimicking (imitazione).
L’imitazione è il grande inganno della scuola tradizionale: l’insegnante mostra come fare un esercizio, lo studente lo replica meccanicamente. Questa dinamica produce risultati visibili (un compito completato, un buon voto), ma non genera apprendimento, bensì mera produzione.
La cosa più sorprendente della ricerca di Liljedahl è che questo fenomeno non si verifica per colpa di docenti svogliati. Al contrario: le aule osservate erano guidate da professionisti straordinari, preparati, empatici e profondamente dediti al proprio lavoro.
Eppure, quasi tutti esprimevano la stessa frustrazione: «Sono diventato insegnante perché volevo che i miei studenti pensassero e capissero. Invece, mi ritrovo a tagliare il cibo a pezzettini, masticarlo e nutrirli».
Perché succede? Perché le nostre aule ereditano ancora le routine della prima Rivoluzione Industriale, basate sul modello rigido del “I do, we do, you do” (Io spiego, lo facciamo insieme, tu fai da solo). Questo paradigma è nato per standardizzare e conformare, non per far pensare. Se vogliamo cambiare il comportamento degli studenti, dobbiamo scardinare queste norme.
Dopo 15 anni di ricerca in oltre 400 classi, Liljedahl ha sintetizzato 14 pratiche (divise in 4 cassette degli attrezzi) per trasformare radicalmente la didattica. Concentriamoci sulle prime 4, quelle fondamentali per avviare il cambiamento.
Se vogliamo che gli studenti pensino, dobbiamo dare loro qualcosa su cui valga la pena riflettere. I compiti ideali devono avere tre caratteristiche:
La disposizione classica o i gruppi “strategici” creati dal docente (es. accoppiare l’alunno forte con quello debole) spesso bloccano il pensiero. In questi contesti, l’80% degli studenti ammette che non si sforzerà di trovare un’idea, preferendo adagiarsi nel ruolo di “segugio” del leader del gruppo.
La soluzione? Il caso manifesto. Creare gruppi di 3 persone estratti a sorte davanti agli occhi della classe. Sapendo che il gruppo è puramente casuale, le dinamiche di potere si azzerano: il 100% degli studenti entra nel gruppo con la predisposizione a offrire la propria idea. Nota di laboratorio: Il numero perfetto è 3. In un gruppo da 4, statisticamente, una persona sparisce dall’interazione.
Il luogo in cui si lavora cambia tutto. Liljedahl suggerisce di far lavorare gli studenti in piedi, attorno a lavagne bianche verticali, finestre o fogli di cellophane lucido.
I motivi sono due:
Quando gli studenti lavorano insieme, dobbiamo guidarli a muoversi lungo una freccia evolutiva: dal semplice turn-taking (fare a turno per scrivere o parlare) alla vera e propria collaborazione, dove le idee si contaminano e si costruisce insieme una soluzione comune.
Cosa succede quando applichiamo tutto questo in una classe reale? Durante una sperimentazione in una scuola rurale dal tessuto fortemente eterogeneo, all’interno della quale erano presenti studenti con ADHD, alunni con autismo e ragazzi ucraini arrivati da poche settimane con forti barriere linguistiche, l’approccio delle Thinking Classrooms ha mostrato la sua potenza inclusiva.
In una sessione di 75 minuti, senza l’ausilio di spiegazioni frontali ma attraverso la collaborazione sulle superfici verticali, la classe è arrivata in totale autonomia a comprendere e padroneggiare la fattorizzazione delle equazioni di secondo grado. Un contenuto che solitamente richiede tre giorni di spiegazioni tradizionali è stato assimilato con entusiasmo. Al suono della campanella (che in quella scuola non c’era, richiedendo lo “stop” manuale del docente), i ragazzi non volevano uscire dall’aula.
Il dato finale? Il tasso di studenti attivamente impegnati a pensare è passato dal 20% iniziale al 93%.
Le nostre aule non sono state storicamente progettate per facilitare il pensiero, ma per favorire la conformità. Se continuiamo a insegnare nello stesso modo, i comportamenti degli studenti rimarranno inevitabilmente gli stessi.
Fornire agli alunni uno spazio in cui è sicuro sbagliare, un gruppo in cui sentirsi alla pari e una sfida stimolante non è solo un’alternativa didattica: è la chiave per dimostrare che, quando i ragazzi smettono di imitare e cominciano a pensare, tutto diventa possibile.